giovedì 15 giugno 2017

L'indicibile sottratto al nulla a Reggio Calabria.

Dopo il successo del convegno milanese, per partecipazione di pubblico e densità degli interventi sia diriflessione sia poetici, riprende il cammino itinerante de L'INDICIBILE SOTTRATTO AL NULLA, a Reggio Calabria, prima di ritornare nel continente latino-americano. Stiamo lavorando anche alla raccolta dei documenti e anche in questo blog ospiteremo i testi poetici letti durante la tappa milanese. Tutto questo si realizzerà a settembre. Per ora un augurio ai protagonisti di Reggio e buona estate a tutti e a tutte.

L’Ambasciata Argentina in Italia, la Casa Argentina, il Comune di Reggio Calabria, il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci, il Liceo S. Eufemia d’Aspromonte, l’Associazione Culturale Rhegium Julii, l’Associazione Culturale Anassilaos, il blog di poesie diepicanuova, la Società di Psicoanalisi Critica di Milano, la Escuela Freudiana de Buenos Aires, Trilce / Buenos Aires e il Círculo Psicoanalítico del Caribe invitano all’Incontro:
DI POESIA E DI PSICOANALISI: L’INDICIBILE SOTTRATTO AL NULLA
SABATO 24 GIUGNO dalle ore 16:30 alle 19:30
Liceo Leonardo da Vinci Via Possidonea, 8 RC
Ingresso libero

Questo progetto nasce in Argentina e, passando attraverso Brasile e Colombia, approderà in Italia e poi altri paesi. Le tappe italiane saranno Reggio Calabria e Milano. Un viaggio nella parola poetica e nella critica analitica, ma anche un viaggio in senso proprio di una strana carovana in cammino fra due continenti. Del resto poesia e psicanalisi sono ricerche in divenire. Da più di un secolo sono entrate in relazione e s’interrogano a vicenda, non sempre in maniera simpatetica. Nella tappa reggina i due linguaggi si alterneranno non tanto per cercare risposte ma piuttosto per arricchire la nostra consapevolezza che dietro di sé essi hanno entrambi il continente sconosciuto dell’indicibile che si sforzano di strappare al silenzio.

SALUTI:

Dirigente scolastico del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci”
Prof.ssa Giuseppina Princi

INTERVENGONO:
Pietro Cutrupi, Docente di lingua e letteratura araba presso l’Università per Stranieri “Dante Alighieri di Reggio Calabria. È autore del volume antologico "Poesia e cultura araba nella Sicilia Medievale".
           Titolo: Poesia araba in Sicilia

Eva Gerace, esercita la psicoanalisi a Reggio di Calabria, ai Caraibi (Col.) e a Buenos Aires. Fondatrice del “Circolo Psicoanalitico dei Caraibi”. Autrice dei libri Marlon Brando. Quando il desiderio si fa uomo; Educare per Crescere; Io che porto la Giubba; cura la rivista online “a.Verare”.
            Titolo: Il velo della poesia.

Francesco Idotta, professore di Filosofia e Storia, Phd in Filologia presso l’Università statale di Madrid. Scrittore, saggista e poeta, la sua ricerca ha come oggetto l’alterità e il valore delle differenze.
Titolo: La poesia di Jabier Delgado. Un’esperienza analitica.

María Gabriela Pedrotti, AME della Escuela Freudiana di Buenos Aires, ha partecipato a numerosi seminari in questa Scuola e all’estero ed ha pubblicato articoli e saggi in varie riviste. Come poetessa è autrice della raccolta Conjugada.
          Titolo: L’intimo, l’instante eterno

Enrique Tenenbaum, pratica la psicoanalisi a Buenos Aires, fondatore e attuale direttore di “Trilce / Buenos Aires, Institución del Psicoanálisis”, autore di Lacan el nudo, escrituras impropias de la clínica (2015), Poesía y Psicoanálisis, una asociación ilícita (2016), e altri libri collettanei.
           Titolo: L’adolescente e il suo poema

Sara Zurletti, studiosa e docente di musicologia e di estetica, ha pubblicato monografie, saggi e ha curato pubblicazioni collettanee su Th. W. Adorno, sul Doctor Faustus e sulla Morte a Venezia di Thomas Mann, sulla figura di Don Giovanni, sui compositori contemporanei.
           Titolo: Morte e trasfigurazione dell’Io. Il madrigale Luci serene e chiare di Carlo Gesualdo da Venosa.

venerdì 2 giugno 2017

DI POESIA E DI PSICOANALISI: L’INDICIBILE SOTTRATTO AL NULLA. Convegno nella libreria bookshop Franco Angeli di Milano Bicocca



                            
                            L’Ambasciata Argentina in Italia, la Casa Argentina, il Comune di Reggio Calabria, la Libreria Franco Angeli, diepicanuova, la Società di Analisi Critica, la Escuela Freudiana de Buenos Aires, Trilce / Buenos Aires e il Círculo Psicoanalítico del Caribe invitano all’Incontro:  
DI POESIA E DI PSICOANALISI: L’INDICIBILE SOTTRATTO AL NULLA

SABATO 10 GIUGNO dalle ore 16 alle 19

Libreria Franco Angeli Bookshop Piazzetta ribassata davanti al Teatro degli Arcimboldi (MM5 – Bicocca; Bus 87; tram 7 fermata Arcimboldi)
Ingresso libero
Questo progetto nasce in Argentina e, passando attraverso Brasile e Colombia, approderà in Italia e poi in Francia. Le tappe italiane saranno Reggio Calabria e Milano. Un viaggio nella parola poetica e nella critica analitica, ma anche un viaggio in senso proprio di una strana carovana in cammino fra due continenti. Del resto poesia e psicanalisi sono ricerche in divenire. Da più di un secolo sono entrate in relazione e s’interrogano a vicenda, non sempre in maniera simpatetica. Nella tappa milanese i due linguaggi si alterneranno non tanto per cercare risposte ma piuttosto per arricchire la nostra consapevolezza che dietro di sé essi hanno entrambi il continente sconosciuto dell’indicibile che si sforzano di strappare al silenzio.
INTERVENGONO:
Eva Gerace, esercita la psicoanalisi a Reggio di Calabria, ai Caraibi (Col.) e a Buenos Aires. Fondatrice del Circolo Psicoanalitico dei Caraibi. Autrice dei libri Marlon Brando. Quando il desiderio si fa uomo, Educare per Crescere, Io che porto la Giubba e della rivista online a.Verare.
Titolo: Il velo della poesia.
Francesco Idotta, è professore di filosofia, Phd in Filologia presso l’Università statale di Madrid.  Scrittore, saggista e poeta, la sua ricerca ha come oggetto l’alterità e il valore delle differenze.
Titolo: La poesia di Jabier Delgado. Un'esperienza analitica.
María Gabriela Pedrotti, nata a Buenos Aires, è AME della Escuela Freudiana di Bs. As. Sostiene seminari a nome proprio in questa Scuola e ha pubblicato articoli in diversi luoghi. Il suo gusto per la scrittura, in particolare la poesia, l’ha fatta autrice di "Conjugada ", il suo primogenito in poesia.
Titolo: Celebrazione dell’alterità, poesia e psicoanalisi
Enrique Tenenbaum, pratica la psicoanalisi a Buenos Aires, fondatore e attuale direttore di Trilce / Buenos Aires, Institución del Psicoanálisis, autore di "Lacan el nudo, escrituras impropias de la clínica" (2015), "Poesía y Psicoanálisis, una asociación ilícita"(2016), e altri libri in collaborazione.
Titolo: La lingua, un organo di resistenza


Gianni Trimarchi è stato professore a contratto presso l'università di Milano Bicocca (Cinema e arti visive), dove ha collaborato con gli insegnamenti di Antropologia dei media e Antropologia della religione. È nel comitato di redazione della rivista Filosofia in circolo e ha collaborato con Costruzioni psicoanalitiche. Ha pubblicato Lev Vygotskij e le premesse della multimedialità (2007) e vari articoli su riviste specializzate, aventi come oggetto i rapporti fra estetica, antropologia e mediologia. È membro della Società di Psicoanalisi Critica.

Titolo: La fruizione artistica fra regressione e catarsi
Adriano Voltolin, psicoanalista, Presidente della Società di Psicoanalisi Critica, Direttore dell’Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica e docente al Corso di Teoria Critica della Società all’Università di Milano Bicocca. Autore di numerose pubblicazioni tra le quali Melanie Klein (2003) e Critica della mente innocua.  Gruppo e legame sociale in Bion (1917), ha diretto dalla sua fondazione la rivista Costruzioni psicoanalitiche.


Titolo: Masenar paroe (Macinar parole: è un verso del poeta Biagio Marin.)
POETI

Nino Iacovella, è nato a Guardiagrele nel '68. Ha riesordito in poesia con Latitudini delle braccia, deComporre Edizioni, Gaeta, 2013. Ha pubblicato la plaquette La parte arida della pianura, Edizioni Culturaglobale, Cormons, 2015, e il libro d'arte Per chiamare il fuoco, Fiori di torchio, Seregno, 2016. Ha curato, insieme a Sebastiano Aglieco e Luigi Cannillo, l'antologia Passione poesia, CFR, Milano, 2016. È tra i fondatori e redattori del blog di poesia Perigeion. Vive e lavora a Milano.
Giorgia Meriggi. Nata a Milano nel 1966. A marzo 2017 è uscita nella collana Sottotraccia di Marco Saya Editore la sua prima raccolta poetica dal titolo Riparare il viola.
Maria Pia Quintavalla. Nata a Parma, Libri: Cantare semplice ‘84, Lettere giovani '90, Il Cantare’91 Le Moradas ’96, Estranea(canzone) 2000, nota di A.Zanzotto, Corpus solum 2002, Album feriale 2005, Selected Poems Gradiva 2008, China 2010, I Compianti 2013/'015, Vitae 2017. Cura Donne in poesia, e Le Silenziose; Bambini in rima, Alfabeta. Tradotta. Collabora a Lettere, Univ. agli studi di Milano
Paolo Rabissi. Scrittore di righe e versi ha pubblicato saggi critici sulla poesia italiana e diverse raccolte di versi tra cui La ruggine, il sale; I contorni delle cose; La solitudine di Schenk. Cura il blog personale www.righeeversi.blogspot.it nonché quello con F. Romanò www.diepicanuova.blogspot.it E’cofondatore con F. Romanò  e A. Perrotta della rivista on line www.overleft.it


Franco Romanò scrittore e critico. Come poeta ha pubblicato Le radici immaginarie (Campanotto 1995) e L’epoca e i giorni, Viennepierre 2008. Di prossima uscita è Veglia Europa, Plumelia, Catania. Ha fondato insieme a Paolo Rabissi il blog diepicanuova (www.diepicanuova.blogspot.it) e la rivista online Overleft insieme a lui e ad Adriana Perrotta (www.overleft.it). È vicepresidente della Società di Psicoanalisi Critica.

A chiusura della manifestazione verrà rivolto un omaggio al poeta Premio Nobel Derek Walcott, recentemente scomparso, con alcune letture di testi da Omeros e da Prima luce.


domenica 14 maggio 2017

Omaggio a Derek Walcott





 Risultati immagini per Derek Walcott

IN MEMORIA DI DEREK WALCOTT.

Derek Walcott ci ha lasciati, ma la sua generosità di autore e di uomo ci consegna una cornucopia di testi e di emozioni che non smetteranno di accompagnarci nel tempo; ma anche di lavoro critico da intraprendere. Quando creammo questo blog pensammo subito a lui come a un poeta imprescindibile e citavamo dall’introduzione di Andrea Molesini a Omeros questa frase:
Molti hanno detto, senza tema di smentita, che i nostri tempi non sono adatti alla forma del poema epico. Poi un giorno è arrivato Derek Walcott...”
La ripetiamo oggi come omaggio e punto di partenza per un ulteriore approfondimento e riflessione, ponendoci un interrogativo: quale impresa notevole c’è al centro dell’opera del poeta caraibico? La domanda ci porta anche nel vivo di un dibattito contemporaneo e non storicistico sulla vitalità dell’epica come genere. Al centro della poetica di Walcott c’è un nucleo densissimo e lacerante da cui tutto si muove e si estende a macchia d’olio in diverse direzioni e rami collaterali: la natura sontuosa dei Caraibi come bellezza assoluta e silente da un lato, il dominio coloniale, che è però al tempo stesso il solo portatore di cultura, dall’altro. L’assenza di mediazione culturale rispetto a quella natura sontuosa dovette apparirgli come un inganno e la possibilità di abbandonarsi semplicemente ad essa un modo di scivolare dall’innocenza all’ingenuità. Peso e ricchezza della tradizione divennero così per lui i due volti di Giano, la lingua il terreno naturale di scontro: lingua anch’essa dei dominatori, sebbene il patois svolga un ruolo assai importante nella poesia di Walcott, nonostante le poche volte che vi compare. Naturalmente, ai suoi occhi, il rifiuto della tradizione, così di moda nel ‘900 occidentale, era un lusso che non poteva permettersi e questo ci riporta a noi stessi, perché Walcott, nel suo vertiginoso viaggio, ci restituisce anche un’immagine della nostra cultura, vista da un luogo remoto ma non periferico: con tale immagine, che ha molto da insegnarci, dovremo fare i conti in futuro.
A riprova di quanto affermato, proponiamo qui alcuni testi tratti da Prima Luce: la traduzione è di Andrea Molesini.
Da Il dono (The bounty):V.
Tutte queste onde crepitano dalla cultura dio Ovidio,/le sue sibilanti e consonanti; un metro universale/accumula queste firme come iscrizioni di alghe//che si seccano nel sole pungente,versi governati da mitra/e lauro, o ramoscello fiorito che svelto inghirlanda la fronte/(e spero che questo sistemi la questione//delle presenze). Nessuna anima fui mai inventata,eppure ogni presenza è trasparente; se l’incontrassi/(in camicia da notte, scalza, che canticchia alle secche),//dovrei definire La sua ombra un modello inventato/da un disegno greco-romano, colonne di ombre/proiettate dal Foro, prospettive augustee -/pioppi, colonnati di casuarine, la traforata luce dei mandorli/tratta dall’originale latino, nessuna foglia se non dell’ulivo?/ Problemi di intonazione al cospetto dello splendore serafico/…
Da Manet in Martinica.
La pianta del tek era rigida come gomma vicino alla grata/di ferro della veranda rosa al cui centro un’arcata/immetteva in un tenebroso salotto strapieno,con la solita nave/ a vele spiegate tra onde di legni, tra veli inamidati,/e introno, in dolenti foto ritoccate, una famiglia francese: /grandpa barbuto e grand-mère dalla crocchia nera,/cuscini con nappe, porcellane, souvenir come prosa/che avesse perso il suo bouquet, Lafcadio Hearn, il solito Flaubert,/ancora memoir di viaggio,un vaso giapponese, una rosa bianca,/di cera perenne. Il padrone di casa uscì per una telefonata./Provai una incommensurabile tristezza per le vele della nave,/per il silenzio stagnante delle cose,il muto passato che trasportano,/la fugace vista del porto di Fort de France oltre la grata/«Notre ame est un trois-mats cherchant son Icarie -»/Baudelaire dall’anima vagabonda. Tutto questo nella falsa metro polle/della Martinica. La ventola rimescolava una storia di Maupassant./Dov’era l’anima della casa? Qualche cliché per occhi carichi/ di bistro, per labbra come petali di buganvillea in Manet./  Sentivo che il salotto, finestre chiuse, voleva richiamare,/se possibile, Parigi; girai le spalle al muro e vidi,/vuoto di desiderio come sul muro il clipper nella cornice dorata,/accanto a rigide foglie di gomma nell’aria greve del pomeriggio,/sfilata dal suo piede di marmo, una rossa pianella di raso.
Da Egloghe italiane:I. a Iosif Brodskij
Sulla chiara strada per Roma,oltre Mantova,/c’erano canne di riso,e ho udito,nell’eccitazione del vento,/i cani bruni del latino ansimare a fianco dell’auto,/le loro ombre scivolare sul ciglio in levigata traduzione,/campi recintati di pioppi,caratteristiche fattorie in pietra,/sostantivi di un testo di scuola,virgiliani, oraziani,/frasi Ovidio ci superano in una macchia verde,/puntando verso prospettive di busti senza naso,/rovine bocche-aperte, e scoperchiarti corridoi,/di Cesari che per mantello ora hanno la polvere,/e la voce che fruscia fra le canne è la tua./Per ogni verso c’è un tempo e una stagione./Hai rinfrescato forme e strofe; questi ispidi campi mietuti/sono la tua barba che mi gratta le guance nel commiato,/iridi grigie per i tuoi capelli ciuffi di grano soffiati via./Dimmi che non sei svanito, che sei ancora in Italia./ Sì, molto calmo Dio. Calmo come i campi dissodati/della Lombardia, calmo come le scorie bianche di quella prigione/pagine cancellate da un regime. Anche se il paesaggio lenisce/l’esilio che hai condiviso con Ovidio, la poesia resta tradimento/ perché è verità. I tuoi pioppi fremono nel sole./

lunedì 30 gennaio 2017

Il dibattito continua

Pubblichiamo l'acuto e contundente contributo di Donato Di Stasi su Dario Fo e Bob Dylan. Il dibattito dunque continua e di questo siamo molto soddisfatti. I temi e i problemi posti da Di Stasi, oltretutto, rilanciano l'intera discussione nata ormai da qualche mese e sono un prezioso invito a continuare.



FAR SALTARE IL NOBEL CON LA DINAMITE DI NOBEL
A PROPOSITO DEI RICONOSCIMENTI A DARIO FO E BOB DYLAN

Davvero la Letteratura è un cadavere squisito, morta e sepolta sotto torrenziali cronache giornalistiche? Aveva ragione Karl Kraus (Gli ultimi giorni dell’umanità, 1922) a presagire che nei tempi a venire la figura profonda dell’intellettuale si sarebbe fatta scavalcare dalla figurina scialba e cocchiera degli imbrattacarte da rotocalco?
Certo è che ai giorni nostri i giornalisti notomizzano la realtà, mentre coloro che si reputano  letterati  non fanno che discettare del linguaggio, evocando sterili mondi di parole, chiuse in una logosfera autoreferenziale. Dal canto suo il pubblico ha smesso di leggere, si accontenta di sciacquare la coscienza con libercoli insulsi e sommamente inutili.
Risaliamo alle cause di questa catastrofe, senza scomodare antropologismi e sofismi alla moda: le prime avanguardie (1910-1930) come pure le seconde (1960-1970) hanno triturato e cancellato il patrimonio di un’intera civiltà scrittoria. Chi non ricorda i millanta peana elevati per la morte della poesia e del romanzo?
Che cosa resta? Leggo la Recherche  e mi sento un paleografo, un raschiatore di tavolette sumeriche, tanto la complessità dell’incedere proustiano sembra lontana anni-luce dal rapido e parattatico periodare degli odierni tramatori di storie. Nonostante questo disastro, il sottoscritto, insieme a chiunque voglia salire sul ring a testa bassa,  non rinuncia a picchiare forte su figure e concetti nuovi, per non darla vinta a chi ha ridotto l’accadimento letterario a un Golem sfaldato in polvere semantica irricomponibile.
Sto alla scrivania come alla consolle di un concerto rock (l’uscita magnifica appartiene a Deleuze), cerco l’esplosione di energia, la vita vera e non mi rassegno alla calma piatta dei social media.
Veniamo al punto, alla disputatio quodlibetalis, ingarbugliatasi in una vexata quaestio: due Nobel per la Letteratura conferiti a un teatrante e a un canzonettista. Fu vero scandalo?
Guardiamo di sbieco: Dario Fo (Mistero buffo in primis) con le sue pièces fonda un altro mondo, un universo festoso, radicalmente in contrasto con la seriosità del potere. Il riso non ufficiale di Rabelais e di Folengo irrompe nel lacrimatoio italo-europeo e spande una salutare e sedula anarchia. Fo porta l’esuberanza del nomade carro di Tespi, le parole impossibili da imbrigliare, una diversa modalità di offrire e condividere lo spazio scenico. Lo si può definire un autore/istrione radicalmente trasgressivo.
Bob Dylan si muove nella stessa direzione: vìola la linea di demarcazione tracciata fra folk song e poesia. Raccoglie l’eredità duplex dei metafisici inglesi e dei maudits francesi, riversandoli negli angusti confini della canzone di protesta. Dylan scrive molto e armonizza senza originalità i versi con cui sono cresciute intere generazioni, segnandole con la sua disturbante voce adenoidea e con una scrittura visionaria e fiammante.
In sostanza due non-letterati, due artisti controcorrente, antagonistici, ciascuno a suo modo, ma allora a che pro accettare la mela avvelenata del Nobel per la Letteratura, perniciosa manovra di annacquamento e di accademizzazione della loro protesta recitata e cantata?
Il problema non è se è giusto o sbagliato assegnare il Nobel a Fo e a Dylan, quanto stupirsi del fatto che l’abbiano accettato.
Il sistema, si sa, ingloba e fagocita. Furbi  i parruconi di Stoccolma a indicare due outsider.  Tre  piccioni con una fava: 1) ufficializzare la morte della Letteratura, premiando due non letterati; 2) cancellare con un colpo di spugna quel minimo di cultura alternativa che ancora circola nelle arterie vetrificate di questa società-acquario; 3) stabilire una sordida  e acritica equivalenza di cultura alta e bassa, cultura di massa e cultura della massa in omaggio al dettato postmoderno del “tutto fa brodo”.
Il punto non è il Nobel a Fo e a Dylan. Diventa dirimente il fatto che su quel premio dovevano sputarci sopra, mantenendo un minimo di coerenza con il proprio passato.
No ai premi e ai trenta denari del servilismo. No alla società dello spettacolo. No ai pinguini impomatati che vanno a cingersi di alloro con i dis-valori che dovrebbero combattere. Si al lavoro duro, sottotraccia, degli anacoreti, sobri e misurati, che credono ancora nella possibilità di rizollare il deserto.





venerdì 16 dicembre 2016

Su Fo e Dylan il dibattito continua: Paolo Borzi

Pubblichiamo un'ampia riflessione di Paolo Borzi, su Dario Fo e Bob Dylan.




Si potrebbe un po’ paradossalmente sottilizzare su un Grammelot di Dylan e su un carisma dylaniano di Fo. Il primo caso riguarda un uso e un cantare scolpito di termini spesso stranianti, di difficile interpretazione immediata (cioè l’opposto del Grammelot di Fo, sbiascicato in cui capisci tutto), ma con grande nitore  d’appeal poetico… ecco, nitore d’appeal poetico in Dylan, la sensazione di avere a che fare con una forza della  poeticità prima che con un individuo dotato di poeticità; sensazione talmente violenta da invadere chi ascoltava senza capire nulla dei testi, anche a causa di elementare ignoranza linguistica… cosa scontata  col Pop internazionale o col  Rock più o meno progressivo; assai di meno con  un declamato non esattamente melodico e latino su chitarra e armonica, come era specie nei primi tempi: una capacità “naturale” anche a-semantica e trans-semantica tale da giustificare a monte quanto di esaltante è stato proferito su quest’uomo, compreso il giudizio che l’ha portato al Nobel. Una simile  personificazione riguarda Fo rispetto il teatro. Era un Guitto, sì, ma di una grandezza sconvolgente. La caratura intellettuale era onesta, vivacizzata dalla indomita curiosità, solida e purificata dalla concretezza della pratica teatrale. Per entrambi il Cristianesimo fu una ossessione, un amore intrigato e smodato, da presupposti ebraici l’uno e materialistici l’altro.  Due personificazioni della rispettiva disciplina e notevoli intellettuali-ponte tra cultura popolare, critica laica e suggestione spirituale: tanto per cominciare a snocciolare qualche prima affinità.

Fo non fu mai “rinato” ma nel rapporto col Cristianesimo trovo notevole (più della dissacrazione dei Vangeli, che ai tempi della massima diffusione recitata sul campo di “Mistero” era faccenda assai manovrata, da parecchi e tutti ben lontani dalla grazia e dalle profondità Pasoliniane) la sua valorizzazione non tanto in chiave moderna, quanto in quella di fondamentale apporto alla Modernità. Per un intellettuale della nostra area non è cosa da poco evitare di fermarsi ad antitesi consuete e definitive sul ruolo della Religione in genere. In modo diverso rispetto a Pasolini (che nella fase “luterana” può forse essere accostato proprio a Dylan, per una specie di dualismo esaltato e quasi misteriosofico), Fo era colpito (come almeno ho ritenuto ascoltandolo) da quell’incontro-identificazione tra Logos e Amor, che in effetti innestò, nel passo tra l’alto e il basso medioevo (passo fondamentale anche per l’epicanuova, come analizzato sempre in questa sede), i primi semi del Diritto di Natura (Ius Naturae) come diritto universale umano, e quindi anche delle politiche civili e sociali nei secoli a venire. Questa valutazione del maturo Fo, che ho tradotta secondo il senso che ne ho colto, è tanto più notevole perché riferita a una linea “classica” del pensiero, e non, come più facile e scontato, al mondo eresiale o para eresiale, di cui egli conosceva e celebrava benissimo e moltissimo il peso politico. Sottolineo questo aspetto perché illumina ulteriormente sulla cristallina vivacità e onestà intellettuale di questo grande personaggio, e perché personalmente non conosco un autore che sia (stato) grandissimo, senza aver operato  una sintesi non solo formale, ma anche generalmente morale e pedagogica con elementi sapienziali della Tradizione (o viceversa, se si parte da questi ultimi per apportare una rilevante integrazione critica). I nomi, e le inevitabili costatazioni, ognuno può farseli da solo.

A proposito di Pasolini, devo accennare all’influenza enorme subitane già da ragazzo, in relazione proprio all’impatto con un Mistero Buffo gustato dal vivo, presso un Tenda Strisce capitolino, qualche anno dopo la sciagura dell’Idroscalo. Io posso affermare in tutta verità che avrei conosciuto personalmente Pasolini entro pochi giorni o al massimo settimane dalla data che poi è stata quella della sua morte, alla vigilia-per dare l’idea-del mio sedicesimo compleanno. All’epoca frequentavo molto, da amico e curioso, il gruppo di Franzoni a viale Ostiense, nel periodo in cui Pasolini invitava pubblicamente e affettuosamente l’ex Abate a farsi luterano; e frequentavo molto pure il cineforum di quel gruppo, essendo addirittura“attore”di filmografia sperimentale in super8, appannaggio di amici che quel cineforum gestivano direttamente, interpellandomi anche (ma erano intorno i venti loro, e ai quindici io). Non ricordo visite di Pasolini alla Comunità-franzoniana-di Base (che era oltretutto a poche decine di metri da “il Biondo Tevere” intendendo il ristorante della sua cena ultima) nei periodi precedenti; ma so che avemmo Paolo Taviani ed aspettavamo  Lui.

Nei successivi anni liceali divenni un pasoliniano fanatico e quasi claustrale, in lutto permanente per quella scomparsa atroce sopravvenuta a un passo dall’incontro. La mia formazione era totalmente infarcita del trinomio cinema-poesia-narrativa, con un gap gravissimo proprio verso il teatro “teatrante”, che ancora in parte mi porto dietro. Sbirciai in quel Tenda Strisce con l’atteggiamento di chi assiste a uno spettacolo “chic di massa” lontano da qualsiasi affinità personale, e nella lunga sequela tra gli “arcangeli poliziotteschi” e i monologhi seri e straziati della grandissima Franca (ricordiamo anche Lei) fui più volte sul punto di andarmene. Trovai molti di quegli sberleffi assai “alla moda”, ma ero io il cretino che si sentiva l’alternativo degli alternativi, solo appena giustificato dai precedenti descritti, che mi imponevano quasi di sentirmi a disagio. La mia è una autocritica sincera, per quel poco che possa interessare. Non si può comunque tacere il fatto che a Fo molto fu tolto ma anche dato, pur prescindendo dal giusto Nobel; e così non è stato per autori e intellettuali italiani altrettanto grandi e finiti nel quasi totale dimenticatoio. Certo, la pratica teatrale da una parte esclude (per colpa di una elitaria e malintesa letteralità letteraria) e dall’altra aiuta (per l’apporto di pubblico concreto); e molto la teoresi e la prassi di Fo aiutarono me, in modo tanto clamoroso proprio in virtù d’un contrasto tanto sfavorevole come quello nella mia seconda adolescenza. Se ho infarcito tutti i miei volumi di locandine coi personaggi e di brani fortemente  teatralizzabili, lo devo tutto o quasi a quella esperienza, che mi ha portato decenni dopo a parlare di Fo come un Maestro (quale ovviamente era, ma non così scontatamente in una storia come la mia) dentro una nota di antropologia letteraria, a me molto cara e importante (su “lo Psiconte”), in coda alla mia Materia di Britannia. E’ una testimonianza piccola e forse troppo intima, ma è quella che posso fornire, a pieno personale tributo alla caratura del nostro ultimo Premio Nobel alla Letteratura.

Il Nobel in questi due casi, immaginandoli come contemporanei ed è facile per le note fatali sincronie, è come sia stato conferito a una essenza che è anche un principio di forma, che connette in profondità  commedia dell’arte, teatro epico moderno ed epica-e lirica- canora e folklorica. Approvo quanto dice Romanò sulle “marginalità centrali” dei generi in questione (teatro “teatrante”  e canzone d’autore, da intendersi  come “sconfinamenti terapeutici” di andazzi oppostamente malati di troppa o punta intellettualità), ma quanto mi piace cogliere riguarda una intenzione nascosta che premierebbe, come differenziale squisitamente letterario, la personalità artistica e dunque quasi una specie di nuova (virgolette moltiplicabili a piacere) “aura” posta al servizio della cultura popolare. Non so se nelle intenzioni dei Giudici svedesi ci siano state tutte queste intenzioni nascoste, e comunque non credo volessero dare dignità a dei generi che non ne hanno il bisogno (già di loro gaudentissimi quando trovano il loro pubblico), quanto forse alludere a una vivificazione generale attraverso l’incorporazione di fattori periferici che in realtà non sono tali, come una vocazione“d’arte”certa e universalmente o quasi accertata, e per l’appunto una sensibilità trasversale e fertile tra critica e humus, capace di innalzare la cosiddetta semi-cultura (meticcia se non a ribasso, itinerante e bottegaia) per rigenerare la cultura tout court, spesso auto telica-referenziale, fino a finalmente collimarvi.